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Trovare un senso

Ti sei mai chiesto: perché proprio a me?

Perché proprio a me? È una domanda dolorosa che molti di noi hanno sentito, o che forse ci siamo posti almeno una volta nella vita. Un grido di sofferenza che, purtroppo, non prevede una risposta logica o razionale capace di placare il nostro cuore.

È naturale chiederselo, così come è naturale non trovare una risposta. Spesso, infatti, la risposta è che non c’è una risposta: la vita è un flusso continuo di cambiamenti, che include anche il dolore, la malattia e la morte. Solo quando la malattia ci tocca personalmente comprendiamo davvero quanto sia doloroso ammalarsi.

Ammalarsi non è una colpa, né un motivo di vergogna. Eppure, troppo spesso ci sentiamo vittime di un destino ingiusto, oppure tendiamo a nascondere la realtà della malattia, specialmente quando si tratta di decadimento cognitivo o patologie neurodegenerative.

Talvolta sperimentiamo anche un profondo senso di fallimento. In questo modo, la sofferenza si amplifica: al dolore fisico si sommano il senso di colpa, la percezione di impotenza e l'idea di aver subito un'ingiustizia. Tutto ciò ci impedisce di attingere alle nostre risorse interiori, preziose proprio nei momenti più difficili.

Quando percepiamo di subire un torto, si innescano emozioni tipiche di chi subisce un’offesa: rabbia, rancore, risentimento, desiderio di rivalsa. Ma queste emozioni non fanno altro che infettare ulteriormente la nostra ferita, impedendole di rimarginarsi attraverso un processo di accettazione della realtà, per quanto dolorosa essa sia. Così la sofferenza permane, anziché trasformarsi.

Se, al contrario, riusciamo a vivere la malattia — nostra o di un’altra persona — come un evento certamente doloroso e preoccupante, ma non necessariamente ingiusto, sarà più facile attingere alle nostre risorse interiori. Potremo affrontare il periodo di difficoltà con maggiore equilibrio emotivo e resilienza, osservando ciò che accade in una prospettiva più aderente alla realtà.

E se davvero si trattasse di un’ingiustizia, chi ne sarebbe responsabile? La società che impone ritmi di vita insostenibili? I medici che possono aver commesso errori? Un'entità superiore che sembra averci abbandonato, dimenticando milioni di altre persone che ogni giorno soffrono nel mondo? Domande che sorgono naturali, ma purtroppo poco utili. È più costruttivo spostare la domanda: non più “perché?”, ma “cosa posso fare ora, partendo da questa realtà?”.

Accogliere la realtà, anche se dolorosa e difficile, è sempre il primo passo per trovare strumenti utili ad affrontarla. Accogliere non significa non soffrire più, né essere felici di quanto sta accadendo. Significa riconoscere che le cose sono come sono, che non possiamo cambiarle del tutto, ma possiamo modificare il nostro atteggiamento verso di esse, rendendolo meno oppositivo e più aperto.

Certo, non è facile. Ma è l’unico modo per evitare di consumare inutilmente energie lottando e cercando di andare controcorrente, senza ottenere risultati. Possiamo invece imparare a navigare assecondando la corrente: non possiamo scegliere la direzione del vento — ed è inutile disperarsi per il vento che avremmo voluto — ma possiamo decidere come orientare le vele.

Il dolore fa parte della vita

Il dolore permea la nostra esistenza, e nessuno ne è realmente immune. Tuttavia, spesso viviamo coltivando l’illusione che a noi non accadrà, che le malattie e le sofferenze riguardino solo gli altri.

È una sorta di pensiero magico che ci sussurra all’orecchio che, se ci comporteremo “bene” — concetto vago e profondamente soggettivo — saremo risparmiati dalla sofferenza. Questo autoinganno ci accompagna per gran parte della vita, fino a quando qualcosa di doloroso non accade a noi o a chi amiamo, e allora cadiamo in un profondo sconforto, spesso accompagnato da rabbia e incredulità.

Comprendere la realtà del dolore ha un duplice valore. Da una parte, ci aiuta a familiarizzare con la vera natura dell’esistenza, accettando che anche ciò che non ci piace esiste, ed esisterà in futuro. Dall’altra, ci insegna ad apprezzare maggiormente ogni giorno della nostra vita: a riconoscere la bellezza, l’amicizia, l’amore e tutte quelle preziose esperienze di cui, spesso, ci rendiamo conto solo quando iniziamo a perderle.

I momenti di dolore mettono alla prova il nostro essere, le nostre convinzioni vacillano, i valori sembrano perdere consistenza. Eppure, proprio questi momenti possono diventare altrettante opportunità di risveglio interiore, occasioni per rivedere le nostre priorità e imparare a vivere più pienamente. Posso riconoscere: sto soffrendo, non mi piace, non lo avrei mai voluto, ma ora è così. E da questa consapevolezza posso domandarmi: forse, anche in questa situazione dolorosa, c'è qualcosa che posso imparare?

Cosa ci aiuta nella nostra ricerca di senso

Nei momenti bui della vita può sembrarci che nulla abbia senso e che la sofferenza sia del tutto inutile. Cosa può aiutarci? Anzitutto, ricordare i nostri valori: quelli che hanno guidato le nostre scelte e che ancora oggi possono aiutarci a dare significato a ciò che stiamo vivendo.

Qual è la cosa più importante per me? O per la persona di cui mi sto prendendo cura?
La dignità, l’amicizia, l’allegria, il calore della famiglia, l’onestà, l’amore… Anche nella sofferenza, i valori possono riportarci alle priorità profonde, orientando il nostro accompagnamento in modo rispettoso e personalizzato, rispondendo ai bisogni reali di chi soffre.

Cosa significa portare la spiritualità nella cura?

La spiritualità non è solo la religione o la fede in senso stretto, ma una dimensione interiore propria a qualsiasi essere umano, che comprende la ricerca di senso, la percezione di essere connessi a qualcosa di più grande di noi, il senso del mistero e la trascendenza.

La spiritualità è un viaggio interiore alla scoperta di sé, un'apertura al mistero e all'accettazione della realtà così com'è. È la consapevolezza che siamo profondamente interconnessi, più di quanto immaginiamo. Significa riconoscere che non siamo solo corpo e mente, ma anche qualcosa di più sottile. È avere fiducia in ciò che dà senso alla nostra esistenza e cercare quel senso in ogni evento della nostra vita.

In conclusione

Nella fragilità, nella malattia, nell’invecchiamento non è sempre possibile “guarire” o ritornare a come eravamo prima. In ogni caso, anche quando la guarigione fisica non è possibile, è sempre possibile prendersi cura.

I valori della ricerca interiore, della spiritualità, della connessione con qualcosa di più grande di noi ci ricordano che, dentro ogni esperienza di dolore, può esistere uno spazio per aprirci a nuove domande, per la comprensione, la relazione e il senso.

Cura (da curam = stare vicino al cuore) è stare vicino al cuore anche quando si soffre, e porta con sé l’azione di accompagnare (da ad cum panis = condividere il pane) noi stessi e gli altri con molto rispetto, consapevolezza e compassione.

Continua ad approfondire ascoltando il podcast di Neva Papachristou, La paura della fragilità e dell'incertezza.


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