
Tra le paure più frequenti quando si affronta una malattia c’è quella di provare dolore. In molti casi è utile distinguere tra dolore e sofferenza. Sia il dolore che la sofferenza sono unici e raccontano un’esperienza personale e soggettiva. Per questo è impossibile offrire una formula universale per affrontarli. Possiamo provare a distinguere tra dolore e sofferenza dicendo che il dolore riguarda le sensazioni di cui facciamo esperienza nel corpo, mentre la sofferenza racconta l’insieme di emozioni e pensieri che creano afflizione. Resta comunque difficile distinguere tra dolore e sofferenza, dal momento che il dolore fisico genera anche una sofferenza psicologica; d’altra parte, anche un’emozione difficile può generare fastidi fisici.
Un famoso insegnamento della tradizione buddhista racconta la sofferenza come l’essere colpiti da due frecce. La prima freccia è quella che causa la ferita e il dolore fisico. La malattia e il dolore di cui facciamo esperienza nel corpo ne fanno parte. La seconda, invece, riguarda tutto ciò che costruiamo noi intorno a quell’evento: “Perché proprio a me? Perché proprio ora! Perché così!”, e poi ancora “Non è giusto! Non lo voglio!”. Questa seconda freccia racconta la rabbia, la negazione, la resistenza che mettiamo in atto difronte all’evento che ha toccato la nostra vita. Molte volte questa seconda freccia porta maggiore sofferenza di quanta ne porti la prima. Eppure, mentre la prima freccia è inevitabile, la seconda è facoltativa, o comunque può essere trasformata. Il dolore accade, la sofferenza la aggiungiamo noi. La storia delle due frecce ci permette di osservare quanto carico aggiungiamo alle esperienze difficili. Questo insegnamento è valido sia per chi attraversa la malattia sia per chi accompagna o fatica ad accettare una notizia difficile. La meditazione e altri percorsi di consapevolezza ci permettono di distinguere con maggiore chiarezza le due frecce. Impariamo a osservare la relazione che abbiamo con la nostra resistenza e imparare a trasformarla in accettazione.
È importante imparare a distingue tra l’aspetto organico del dolore, originato dalla sintomatologia, e quello che la persona malata effettivamente prova. Quello che la persona sperimenta è centrale e di grandissima importanza. Perciò, in un certo senso, la seconda freccia è tanto importante quanto la prima, dal momento che racconta della sofferenza emotiva della persona. Cicely Saunders – infermiera, medico, assistente sociale che negli anni Sessanta ha fondato il primo hospice e promosso la nascita delle cure palliative – è stata la prima a parlare di dolore totale riferendosi alla condizione data dalla somma della sofferenza fisica, psichica, sociale e spirituale. In alcune circostanze è difficile distinguere la sfera fisica dagli aspetti emotivi e spirituali. Nel prenderci cura della sofferenza e del dolore è importante tenere conto della somma di questa esperienza.
Ecco che possiamo nel tempo imparare a trasformare il dolore e la sofferenza. È utile rammentare che il nostro corpo attraversa le stesse fasi che Elisabeth Kübler-Ross aveva osservato nei suoi pazienti: la negazione, la rabbia, la negoziazione e l’accettazione. Accogliere la negazione e la rabbia sono a volte passaggi che ci permettono di accettare quello che sta accadendo. Scopriamo con il tempo che lì dove non possiamo accettare, lì dove non riusciamo a lasciare andare la sofferenza e il dolore, possiamo imparare a lasciare essere. Scopriamo che l’accettazione racconta prima di tutto la disponibilità a incontrare la realtà del momento presente così com’è.
In conclusione, distinguere tra dolore e sofferenza ci aiuta a riconoscere la complessità dell’esperienza umana, soprattutto in presenza della malattia. La metafora delle due frecce offre uno strumento prezioso per osservare come la nostra reazione agli eventi possa amplificare la sofferenza. Riconoscere il dolore totale, come ci ha insegnato Cicely Saunders, significa prendersi cura della persona nella sua interezza: corpo, mente e spirito. Attraverso consapevolezza e ascolto possiamo imparare a non combattere la sofferenza, ma a lasciarla essere, trovando così una nuova forma di accoglienza e presenza.